Gli acquedotti romani rappresentano nella storia un esempio di architettura idraulica di valore ma anche uno dei simboli della superiorità della cultura romana. Si tratta infatti di opere architettoniche e idrauliche che fin dal 312 a.C., con la costruzione dell’Aqua Appia, il primo acquedotto romano, furono descritte da molti visitatori della città con grande stupore. Nella realtà, gli acquedotti romani furono costruiti per rispondere a una delle necessità ancora oggi fondamentali per l’uomo: avere l’accesso ad acqua potabile di qualità. Infatti, è interessante notare che, oltre ad essere opere architettoniche di grande interesse, si pensi che ancora oggi è attivo l’Acqua Virgo costruito nel 12 d.C., dalla sorgente fino ai punti di uscita erano costantemente monitorati determinati parametri di qualità e purezza dell’acqua. Un approccio che negli anni si è evoluto ma che oggi resta ancora valido per assicurare a tutti noi acqua potabile. Le principali testimonianze sull’architettura degli acquedotti romani ci giungono dal De Architectura di Vitruvio mentre il saggio del curatore Sesto Giulio Frontino ci illustra come venivano amministrati, le loro caratteristiche e il loro percorso, informazioni che sono state utili per ricostruire la storia di queste opere pubbliche di immenso valore culturale e sociale Scopriamo insieme la storia degli acquedotti romani, un viaggio nell’antica storia dell’evoluzione dei processi che hanno portato ai moderni impianti di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua potabile!  

Breve storia degli acquedotti romani

La storia degli acquedotti romani ci porta al 300 a.C., un passato molto lontano in cui però, con gli strumenti di allora, si cercò di soddisfare il bisogno di acqua di tutti gli abitanti di Roma garantendone la qualità fino al punto di erogazione. Roma infatti venne costruita vicino al Tevere e per secoli le sue acque, assieme a quella piovana, rappresentarono la principale fonte di approvvigionamento per i bisogni dell’uomo, in primis alimentari e igienici. L’esperienza però aveva evidenziato il grande limite di queste fonti: l’inquinamento, ai tempi soprattutto organico che favoriva intossicazioni ed epidemie che decimavano la popolazione. L’esigenza di trovare acqua di qualità portò i governatori di allora a guardare verso le colline, soprattutto quelle ad est, in cui furono identificate nei secoli diverse sorgenti naturali o fluviali che corrispondevano ai parametri di qualità richiesti allora per assicurare alla popolazione acqua potabile.  Le prime sorgenti furono intercettate a 16 Km ad est di Roma, lungo la via Collatina, e per secoli alimentarono l’Aqua Appia, il primo acquedotto romano costruito nel 312 a.C. Da allora ne vennero costruiti altri 10 in ben 500 anni. Oggi solo uno è ancora in funzione, l’Acqua Virgo, mentre tutti gli altri 10 vennero distrutti nei secoli. Rimangono comunque resti di varie dimensioni sparsi dalle antiche sorgenti alla città che hanno permesso di ricostruire, insieme agli scritti di Vitruvio e Frontino, la mappa della distribuzione dell’acqua a Roma fino ai tempi dell’Impero. Tra questi ricordiamo l’Aqua Tepula chiamato così perché scorreva acqua tiepida con una temperatura sempre intorno ai 16-17 gradi, l’Aqua Claudia costruito dall’Imperatore Claudio e ricordato come uno dei più monumentali, assieme all’Anio Novus con cui si mescolava e che rappresenta l'opera più imponente dell'architettura idraulica romana con i suoi 87 km di lunghezza, di cui ben 14 su arcate, e una portata di 200.000 metri cubi di acqua al giorno. I Romani fecero costruire i loro acquedotti anche in numerose colonie del loro vasto impero. Tra questi, l’acquedotto di Catania in Sicilia e l’acquedotto del Triglio che serviva Taranto ma ci sono evidenze anche oltre i confini italiani. Il Ponte del Gard in Francia e l’acquedotto di Segovia in Spagna sono tra gli esempi di acquedotti costruiti nell’Impero romano che ancora oggi sopravvivono a testimonianza di una delle più amate opere pubbliche dell’antica civiltà romana. Adesso vediamo come nascevano gli acquedotti romani tra analisi delle sorgenti, canali, arcate e tubi di distribuzione in città!  

Come venivano scelte le sorgenti degli acquedotti romani

Le sorgenti dei principali acquedotti romani erano quasi tutte poste a est, nelle colline in prossimità di Roma fino a circa 70 Km ma più in alto, per garantire all’acqua di scorrere verso la città. Oltre che per la pendenza, la scelta della posizione della sorgente doveva rispondere a determinate caratteristiche, ovvero dovevano essere:
  • Limpide e pure;
  • Inaccessibili a inquinanti;
  • Prive di muschio e di canne.
Inoltre venivano esaminate anche le condizioni generali, in particolare di salute, delle bestie che consumavano l’acqua della potenziale sorgente.  Una volta accertato che una sorgente era in buone condizioni si passava all’analisi dei parametri di qualità della sua acqua, ovvero si analizzavano:
  • purezza
  • sapore
  • temperatura
  • contenuto di sali minerali a cui erano attribuite potenziali proprietà medicamentose
  • capacità di corrosione
  • effervescenza
  • viscosità
  • presenza di corpi estranei
  • punto di ebollizione.
Le analisi venivano eseguite in contenitori di bronzo di qualità. Lungo l’acquedotto erano inoltre presenti vari punti di controllo, in cui l’acqua veniva analizzata per accertarsi che non fosse stata in qualche modo contaminata. I punti di controllo dell’acquedotto erano larghi abbastanza per permettere il passaggio dell’uomo perché fungevano anche da punti di servizio per la manutenzione. Ma come venivano costruiti e come funzionavano gli acquedotti romani?  

La struttura degli acquedotti romani: dalla sorgente ai “rubinetti”

Gli acquedotti romani dalla sorgente agli sbocchi sfruttavano un principio molto semplice per far arrivare alla città di Roma l’acqua di cui aveva bisogno, la gravità. Ecco perché le sorgenti venivano scelte nelle colline, per poter sfruttare la forza gravità naturale data dalla pendenza. Nello specifico, i canali o specus che portavano acqua all’acquedotto erano divisi in tratti in continuità e ogni tratto era ad un’altezza leggermente superiore a quello successivo e inferiore a quello precedente. In tal modo si manteneva sempre una certa pendenza che si aggirava intorno al 2%. Per calcolare la pendenza, venivano utilizzati principalmente 3 strumenti:
  • La livella ad acqua simile alla moderna bolla utilizzata ancora oggi;
  • Il chorobates, una sorta di panca con fili a piombo sui lati con una livella ad acqua al centro che permetteva di misurare la pendenza del terreno e verificare la direzione del flusso basandosi su tacche graduate;
  • Il dioptra, una livella più sofisticata che, appoggiata a terra, permetteva di regolare per angolatura e rotazione con un mirino l’inclinazione del tratto di acquedotto, e che ricorda il moderno teodolite, uno strumento ottico a cannocchiale per i rilievi topografici e geodetici.
Una volta determinata l’inclinazione si procedeva alla costruzione dell’acquedotto. Prima di tutto l’acqua dalla sorgente veniva fatta convergere in una o più piscinae laminariae, ovvero delle vasche dove il flusso era rallentato per permettere a fango, terra e altre particelle di depositarsi sul fondo. Le piscinae laminariae erano sparse lungo tutto il percorso dell’acqua fino alla città per permettere di liberarla dai detriti. Dalla prima piscina laminaria, l’acqua veniva poi incanalata negli specus che erano dei canali scavati nel terreno o nella roccia che scorrevano sotterranei per convergere nei punti di raccolta fuori dalle mura della città Quando l’acqua trovava delle depressioni, una parete scoscesa o una gola, venivano costruiti:
  • un ponte o un viadotto per oltrepassare il salto mantenendo però il canale sotterrane, ovvero scavato al loro interno;
  • un "sifone invertito”, ovvero si sfruttava la forza di gravità generata dalla cascata d’acqua per farla risalire sul lato opposto. In generale, poco prima del salto si costruiva una cisterna di raccolta da cui si faceva scendere l’acqua per gravità. Spesso per ridurre l’altezza massima del salto e diminuire la pressione necessaria alla risalita dall’altro lato veniva costruito un piccolo viadotto.
Quando invece arrivava la pianura venivano costruite le famose arcate con un’altezza anche di 30 m per mantenere la pendenza anche per Km fino ai punti di raccolta in prossimità della città. Da qui le acque venivano convogliate nei sistemi di tubature che arrivavano fino ai castellum (gli sbocchi pubblici), alle case private (i tubi per l’acqua nelle Domus private riportavano nel punto di diramazione il nome del padrone di casa), alla Domus imperiale, alle terme o ad altri punti di sbocco industriali, ludici e altro. A seconda dell’utilizzo, l’acqua era di qualità diversa, infatti quella da bere era migliore di quella ad uso industriale o ludico. Le tubature dell’acquedotto erano in terracotta o in piombo. La terracotta era considerata più salubre rispetto al piombo che poteva contaminare l’acqua. In realtà le contaminazioni da piombo sembrerebbero essere associata più agli utensili utilizzati in cucina poiché sulle tubature si depositava spesso un film di calcare protettivo, in questo caso. L’acqua di Roma infatti era ricca di calcare e nei punti di controllo sparsi lungo gli acquedotti si monitoravano anche le incrostazioni calcaree per evitare le ostruzioni delle tubature. Gli acquedotti romani hanno permesso di servire la popolazione di Roma di un bene prezioso e nel periodo in cui furono in funzione Roma raggiunse oltre 1 milione di abitanti. Ma cosa rappresentava l’acquedotto per la società romana?  

Acquedotti romani e società

È importante evidenziare anche l’aspetto “sociale” e politico dell’acqua a Roma. L’approvvigionamento di acqua potabile da sempre è un simbolo di avanzamento culturale e sociale, tanto che la costruzione di acquedotti anche nell’antica Roma diventò essenziale perfino a livello politico per i Censori e gli Imperatori che li fecero costruire. Queste opere pubbliche infatti erano utilizzate anche  come  mezzo per portare dalla propria parte i plebei, i patrizi e tutta la popolazione della città. Inizialmente l’acqua era offerta come servizio pubblico accessibile a tutti nei vari sbocchi dell’acquedotto, i castellum, chiamati così proprio perché la loro struttura ricordava un castello. Nei secoli poi, oltre ai castellum iniziarono a essere presenti degli sbocchi privati nelle Domus dei patrizi o dei senatori, soggetti a tributi, e anche alle terme, ad esempio uno sbocco dell’Anio Vetus alimentava le terme di Caracalla, o per scopi ludici, come l’Aqua Asletina che serviva anche per allagare la Naumachia, il circo a forma di ellisse in cui venivano svolte le famose battaglie navali romane, situato tra le attuali piazze San Cosimato e Santa Maria. In particolare, secondo Frontino l’acqua di Roma nei secoli venne distribuita fra tre destinatari: 
  • il 44% a usus publicus
  • il 38% ai privati
  • il 17% nomine Caesaris (per l’Imperatore). 
L’accesso all’acqua era controllato dai curator acquae, o curatori dell’acqua, ovvero dei veri e propri vigilanti dell’acqua che ne evitavano gli sprechi, controllavano gli sbocchi privati abusivi e infliggevano pene ai trasgressori. Quando iniziò il declino dell’Impero, proprio gli acquedotti furono tra le prime opere romane ad essere demolite e nel Medioevo il Tevere ritornò ad essere una delle principali fonti di approvvigionamento idrico della città. Alcuni studiosi avrebbero associato la significativa riduzione della popolazione di Roma nel Medioevo proprio alla distruzione degli acquedotti. Tale teoria è però controversa dato che altri sostengono che comunque la distribuzione dell’acqua durante l’Impero romano favoriva Imperatori, Senatori e patrizi mentre il popolo si doveva sempre accontentare di poche gocce, spesso piovane. In ogni caso, lo studio degli acquedotti romani ad oggi rappresenta un tuffo nella storia di Roma e di una delle opere architettoniche e di idraulica più affascinanti dell’antichità.   Conoscere la storia degli acquedotti romani ci porta in un passato molto lontano dove queste opere hanno permesso di rispondere ad un’esigenza ancora oggi fondamentale perché vitale: l’accesso ad acqua potabile. Una testimonianza che possiamo riconoscere come parte della storia dell’approvvigionamento di acqua potabile nei secoli!