TFA nell’acqua potabile: cos’è e cosa dicono le nuove normative

Negli ultimi mesi il tema del TFA nell’acqua è diventato sempre più presente nel dibattito pubblico. Acido trifluoroacetico, microinquinanti, qualità dell’acqua del rubinetto: parole che fino a poco tempo fa appartenevano esclusivamente al vocabolario degli esperti di chimica analitica e ora si leggono nelle comunicazioni dei Comuni e nelle pagine dei quotidiani locali. Ma cosa si intende davvero con questi termini? E soprattutto, l’acqua che arriva nelle nostre case è sicura? 

Cosa sono i microinquinanti e perché se ne parla

Ogni anno l’industria chimica immette sul mercato nuovi prodotti. La ricerca scientifica identifica nuove molecole che entrano a far parte della vita quotidiana di milioni di persone e, in alcuni casi, si disperdono nell’ambiente raggiungendo bacini d’acqua, fiumi, falde acquifere. Quando queste sostanze sono presenti in concentrazioni molto basse vengono definite microinquinanti: composti di diversa origine, a volte naturale ma più spesso frutto di attività umane, che richiedono tecnologie analitiche avanzate e monitoraggi costanti per essere individuati e misurati. 

Tra i microinquinanti su cui si concentra oggi l’attenzione normativa e scientifica rientrano i PFAS e il TFA. È importante precisare subito che si tratta di due categorie distinte, con origini diverse e un diverso profilo sanitario, anche se entrambe condividono un’elevata stabilità e quindi persistenza nell’ambiente. 

TFA e PFAS: due sostanze diverse, da non confondere

TFA e PFAS sono sostanze differenti sotto il profilo chimico, normativo e sanitario. La distinzione non è solo tecnica: è fondamentale per leggere correttamente i dati di monitoraggio e le indicazioni delle autorità sanitarie. 

Cosa sono i PFAS?

I PFAS sono una grande famiglia di sostanze chimiche artificiali, ne esistono migliaia di tipi diversi, utilizzate da decenni in numerosi processi industriali e in molti prodotti di uso comune: dalle padelle antiaderenti agli imballaggi alimentari, dai tessuti impermeabili ai prodotti farmaceutici. Il loro tratto caratteristico è che non si degradano e, una volta nell’ambiente, ci restano per secoli. La comunità scientifica ne studia da anni gli effetti sulla salute legati a esposizioni prolungate nel tempo, e le normative europee e italiane hanno progressivamente fissato soglie sempre più stringenti per la loro presenza nell’acqua potabile. 

Cos’è il TFA?

Il TFA, ovvero l’acido trifluoroacetico, è invece una singola molecola. Si scioglie facilmente in acqua. Può essere utilizzato in alcuni processi industriali, in particolare da aziende farmaceutiche e chimiche, oppure derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi o di gas refrigeranti fluorurati. La sua rilevazione nelle acque sotterranee è relativamente recente: per questo il TFA è riconosciuto a livello europeo come sostanza di interesse emergente, su cui la ricerca scientifica è ancora in corso di approfondimento. 

I nuovi limiti normativi per il TFA nell’acqua potabile

Sul fronte normativo, il D.Lgs. 102/2025 sulle acque destinate al consumo umano ha introdotto, per la prima volta in Italia, un riferimento specifico per il TFA. Il limite massimo ammissibile è stato fissato a 10 microgrammi per litro e l’obbligo di monitoraggio diventerà vincolante a partire dal 13 gennaio 2027. 

Questo limite è stato costruito con criteri di massima precauzione, con margini di sicurezza molto ampi rispetto ai livelli che gli studi attuali indicano come potenzialmente rilevanti per la salute. La decisione di fissare una soglia così cautelativa riflette l’approccio verso i contaminanti emergenti: regolare prima e approfondire la ricerca in parallelo. 

Per i PFAS, il D.Lgs. 102/2025 ha introdotto il limite per la somma delle sostanze perfluoroalchiliche pari a 0,10 microgrammi per litro, con obbligo di conformità a partire da gennaio 2026 e introdotto una soglia più restrittiva per quattro PFAS considerati prioritari paria a 0,02 microgrammi per litro che entrerà in vigore a luglio 2026. 

Il controllo di Gruppo CAP sulla qualità dell’acqua del rubinetto

Gruppo CAP, gestore del servizio idrico integrato in oltre 130 comuni della Città Metropolitana di Milano, ha avviato il monitoraggio del TFA nel giugno 2025, ben prima che la legge lo rendesse obbligatorio, facendo parte dei primi gestori idrici italiani ad eseguire questo tipo di analisi. Le prime rilevazioni hanno identificato la presenza di concentrazioni anomale di TFA in alcuni pozzi della zona est della Città Metropolitana: Pessano con Bornago, Gorgonzola, Cassina De’ Pecchi, Melzo, Vignate, Liscate, Bussero, Vizzolo Predabissi e San Zenone al Lambro. 

Non appena confermati i risultati, CAP ha informato immediatamente le autorità competenti, tra cui Regione Lombardia, ATS e Ufficio d’Ambito, e ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica. Le indagini di ARPA Lombardia orientano verso un focolaio di origine industriale diretta, con l’ipotesi più accreditata che indica come possibile fonte un’azienda farmaceutica del territorio. Le verifiche sono ancora in corso. 

Sul piano operativo, CAP ha ridotto al minimo l’utilizzo dei pozzi con le concentrazioni più elevate, mettendone alcuni fuori servizio e aumentando l’apporto idrico da comuni non coinvolti attraverso le reti di collegamento esistenti. È stato avviato un monitoraggio quindicinale con strumenti analitici di ultima generazione capaci di rilevare le concentrazioni più basse misurabili. 

L’acqua del rubinetto è sicura? La risposta delle autorità sanitarie

Questa è la domanda che più interessa i cittadini, e la risposta delle autorità sanitarie è chiara. La Regione Lombardia ha riunito una commissione di esperti indipendenti, composta da tossicologi, epidemiologi, medici e centri antiveleni, che ha valutato i dati disponibili e ha concluso che le concentrazioni rilevate non rappresentano un pericolo per la salute. L’acqua può essere bevuta normalmente. 

Dal punto di vista tossicologico, il TFA presenta una bassa tossicità acuta e viene eliminato dall’organismo in uno o due giorni.  

In alcuni pozzi dell’area est della Città Metropolitana di Milano sono state rilevate concentrazioni superiori al futuro valore limite normativo; tuttavia, questo limite è definito in via precauzionale e non corrisponde a una soglia di pericolo immediato per la salute. La Commissione regionale ha infatti confermato che, allo stato attuale, non si configura alcuna urgenza sanitaria. 

Il piano di investimenti per il futuro

Gruppo CAP ha sviluppato un piano di investimenti da 70 milioni di euro per risolvere la situazione nei comuni interessati entro il 2027, quando entrerà in vigore il limite di legge. Il piano prevede oltre 13 chilometri di nuove tubazioni, la realizzazione di nuovi pozzi in aree non contaminate e il potenziamento della rete esistente. I lavori sono già avviati. 

Sul fronte tecnologico, il Centro Ricerche di Gruppo CAP sta sperimentando, in collaborazione con i principali produttori mondiali di resine e con importanti società di ingegneria specializzate nel trattamento dei microinquinanti, diverse soluzioni per la rimozione del TFA dall’acqua, tra cui sistemi a resine e nanofiltrazione. Le sperimentazioni su impianti pilota di piccola taglia, avviate da ottobre 2025, mostrano risultati incoraggianti: entro la fine del 2026 saranno installati impianti di trattamento più grandi con lo scopo di rimuovere il TFA direttamente presso i pozzi di acqua potabile. 

Sul tema dei costi, Gruppo CAP è fermo nella propria posizione: vale il principio cardine della normativa europea, chi inquina paga. L’obiettivo è che nessun onere derivante dall’inquinamento ricada sui cittadini, ma su chi ne è realmente responsabile. 

I dati aggiornati sulle concentrazioni di TFA rilevate comune per comune sono pubblici e consultabili sul sito di Gruppo CAP, a conferma di un approccio fondato sulla trasparenza e sull’informazione continua ai cittadini.